Parte 1
Osaka, i primi passi (tra tramonti e deviazioni)
Atterrare in Giappone ha sempre qualcosa di familiare, anche quando il viaggio è lungo e passa sopra posti lontanissimi come la Russia e il Kazakistan. Arrivo puntuale, controlli infiniti ma sorprendentemente fluidi. L’aeroporto dello scalo a Shanghai è grande, luminoso, quasi rassicurante. Il tempo di orientarsi, e sono già di nuovo in volo verso Osaka. Quando finalmente esco, tutto torna al suo posto: la dogana scorre veloce, come sempre. Solo un piccolo momento di dubbio, l’AirTag che sembra dire che il mio bagaglio è altrove, finché non riconosco quel viola inconfondibile. Il mio zaino c’è. Raggiungere il treno giusto e poi l’hotel è più semplice di quanto sembri. Osaka, almeno all’inizio, non mette alla prova: ti accompagna.
C’è ancora luce, e non è qualcosa da sprecare. Così decido di muovermi subito, senza pensarci troppo, fino al vecchio faro di Sakai. Il tramonto arriva lento, il vento si alza e porta con sé il freddo. È uno di quei momenti in cui non succede nulla di speciale, ed è proprio quello di cui avevo bisogno per iniziare. La sera continua in alto, sulla terrazza di Harukas 300, dove la città si accende sotto i piedi. Osaka non è elegante, non è perfetta, ma è viva. Prima di chiudere la giornata, la solita tappa al combini: luci fredde, scaffali pieni, il primo stentato Fukuro irimasen per dire alla cassiere che non mi serve il sacchetto di plastica.
⸻
La mattina dopo non ha bisogno di introduzioni, vado diretto verso Global Auto, con un mix di metro e un piccolo autobus da undici posti che sembra uscito da un’altra epoca. Arrivare lì è già parte dell’esperienza. Da fuori sembra la casetta con garage di un qualsiasi appassionato, dentro, è un altro mondo: tra scarichi di ricambio e sedili da gara, un piccolo paradiso JDM fatto di dettagli, passione e macchine che hanno tutte la loro storia da raccontare, anche da ferme, in un cortile.
Riprendo a muovermi verso nord, fino al Castello di Osaka. L’ho già visto, ma cambia poco: resta imponente, circondato dall’acqua e da un parco che invita a rallentare. Cammino senza fretta, lasciando che sia la città a decidere la direzione. Una tappa da Liberty Walk Osaka è quasi obbligatoria: modellino ricordo e la commessa che dopo due parole mi chiede una foto per i social. Poi ancora strada, fino al Namba Yasaka Shrine dove la gigantesca testa di leone osserva tutto, silenziosa e surreale. A quel punto mi rendo conto che non ho ancora mangiato. Nessun piano, nessuna ricerca: entro in un posto qualsiasi, ma pieno. È sempre un buon segno. Un ramen caldo, semplice, perfetto. Il pomeriggio cambia ritmo in Den Den Town, dove il caos prende il posto della tranquillità delle stradine percorse poco prima. Luci, suoni, negozi su più piani. In uno di questi, da Joshin Super Kids Land, mi perdo tra modellini di ogni tipo. Prima di rientrare, cammino ancora senza meta precisa, passando vicino allo zoo e finendo, quasi per caso, in una stradina che riconosco. Ci ero già stato, dodici anni fa. Non è cambiata molto.
La sera porta pioggia.
Parte 2
Koyasan, il silenzio
La giornata inizia prima del previsto. Non per scelta, semplicemente sono già sveglio quando la sveglia dovrebbe suonare. Non è il mio orario, ma in viaggio succede spesso: il corpo si adatta prima della testa. Sto per prendere il treno giusto, poi mi accorgo che è uno di quelli express, con prenotazione obbligatoria. Lo lascio andare. Aspetto quello dopo, più lento. Per arrivare a Koyasan bastano meno di cento chilometri, ma serve pazienza: due treni, una funicolare e un autobus. È uno di quei viaggi che ti preparano, senza dirlo. Quando arrivo, tutto si riduce a una strada. Una sola, lunga, costellata da templi. Il mio è lì, semplice da trovare. Lascio lo zaino, mi tolgo le scarpe, infilo le pantofole, troppo grandi, e mi adatto al ritmo del posto. Dentro fa freddo. Più che fuori. Il tempio è gelido, essenziale, senza compromessi. La cerimonia del fuoco è intensa, ma è nel cimitero di Okunoin che qualcosa cambia davvero. Cammino tra le pietre, tra gli alberi, fino al ponte e alla zona dove non si può filmare, dove riposa il Kōbō-Daishi. E va bene così. Bisogna capire dove fermarsi e rispettare. Il resto del pomeriggio scorre lento. Koyasan è ordinata, silenziosa, turistica ma ancora autentica. Al rientro accedo alla stanza assegnata, al terzo piano. L’unico senza bagno funzionante. Scendo al secondo quando serve, dettagli poco poetici, ma reali. Dentro, però, si sta bene: il riscaldamento fa il suo lavoro, e per qualche ora dimentico il freddo del tempio. La cena è Shojin ryori. Tutto vegetariano, essenziale, molto bella esteticamente. Non è il mio mondo, ma nemmeno un problema. Alcuni piatti sono molto distanti dai miei gusti, altri sorprendono, meglio di quanto pensassi.
⸻
Durante la notte nevica. La mattina, Koyasan è diversa. Più morbida, quasi sospesa. La preghiera del mattino è lunga, forse troppo, ma ha un suo ritmo ipnotico. La colazione segue la stessa logica della cena: pochi compromessi, ma coerente. Il check-out è rapido. Resto ancora un po’, giusto il tempo per una passeggiata nei dintorni. Il fatto di essere alla fine del paese mi regala un vantaggio: è ancora vuoto. Silenzio vero, prima che arrivino gli altri. Poi il ritorno. Autobus, funicolare, e questa volta scelgo diversamente: supplemento pagato, posto prenotato sull’express fino a Namba. Ogni tanto, un po’ di comodità ci sta. Incontro un gruppetto di italiani, guidati da uno simpatico. Parla molto, ma sa poco. Sorrido. In viaggio succede anche questo. E mentre il treno scende verso la città, Koyasan resta lì, più come sensazione che come luogo.
Parte 3
Hiroshima e Miyajima, memoria, natura e passione
Da Osaka a Hiroshima tutto scorre con una precisione quasi sorprendente: metro, biglietteria automatica, shinkansen. Un’organizzazione che ti lascia spazio per guardarti intorno, respirare e sorprendersi.
Appena fuori dalla stazione, una Mazda MX5 in allestimento Kazari mi accoglie nel suo blu elegante. L’incontro è breve, ma sufficiente a ricordarmi che qui la passione per le auto è ovunque. Il bus mi porta rapidamente in hotel. La camera non è pronta, così approfitto per un giro al castello: tranquillo, ordinato. La mia camera è al 15º piano, con vista sul parco, conferma che Hiroshima ha il suo fascino discreto.
La visita al memoriale della pace è silenziosa, intensa: dalla cupola della prefettura alla fiamma eterna, fino al museo. Un promemoria incredibile di quanto l’uomo possa distruggere e, allo stesso tempo, di quanto possa ricordare e resistere. La giornata si chiude con un okonomiyaki gigante e un ritorno in hotel, pronto a riposare.
La mattina seguente, Miyajima. Non solo il tori e i templi: salgo fino alla vetta del Monte Misen. L’isola è piena di turisti e cervi, ma non è fastidiosa; i sentieri si aprono tra stand di cibo e attrazioni. Io decido di camminare, inoltrandomi nel bosco, pochi chilometri tanto dislivello, come piace a me. Cammino calmo, lento, ma costante. Incontro diverse persone che hanno avuto la mia stessa idea, tra cui due simpatiche ragazze giapponesi. Poi arriva il momento di loro, un gruppone di americani, alcuni di loro con indosso maglie di maratone di diverse città, accostano, mi fanno passare. Una di loro mi chiede come faccia, probabilmente stupita dal fatto che qualcuno possa camminare a un passo più veloce del loro, imbarazzato rispondo solo che “vengo dalle Alpi”. Ma giuro, stavo passeggiando, non stavo correndo, anche perché ero super vestito e con in mano la fotocamera Sony. Arrivato in cima mi godo il paesaggio a 360° e, dopo una breve pausa, affronto la discesa. Prima di riprendere il traghetto mi vizio provando il dolcino a forma di stella al gusto di acero e gli spettacolari spiedini di calamaro.
Ultimo giorno a Hiroshima, soleggiato e fresco. Mattino libero tra le vie del centro, pomeriggio al museo Mazda due ore tra passato, presente e futuro del marchio, che confermano la mia scelta di guidare una MX5. La giornata si chiude con un giro tra i negozi e una cena semplice di udon e onigiri, perfetta per riprendere fiato dopo tre giorni intensi.
Tomonoura, il mare e Ponyo
Tomonoura è tutto ciò che non ti aspetti: semplice, silenziosa, sorprendentemente viva. Poca gente in giro, il rumore del mare a fare da colonna sonora, e qualche falchetto che sorvola le case. Incontro un vecchio nei pressi del faro: due parole, uno scambio breve ma autentico. Ci metto davvero poco a capire perché questo luogo sia stato di ispirazione per il film d’animazione Ponyo sulla Scogliera e, ammetto di aver finto stupore, quando il vecchino di sopra mi ha detto fiero ‘se questo posto ti sembra familiare è per via di Ponyo’, lo sapevo già ma non volevo deluderlo. Uno dei falchetti prova a rubarmi la brioche, un piccolo episodio che resta nella memoria quasi quanto il paesaggio. Per caso prendo una barchetta fino a una delle isole di fronte: una passeggiata inattesa, leggera, perfetta per respirare. Al ritorno, due foto rapide al castello di Fukuyama e poi di nuovo sullo Shinkansen verso Hiroshima, con in testa l’immagine di un luogo che resta anche quando sei già lontano.
L’ultima giornata inizia con una strada che si infila tra la periferia e la collina, fino al The Outlets. Entro nei negozi che avevo in mente, ne esploro altri, ma senza fretta né spese eccessive. Le cose che mi interessano non ci sono, le altre non valgono abbastanza da giustificare la carta di credito: il viaggio resta la priorità. Alla fine, però, due piccoli auto regali: un Seiko Speedtimer e un paio di pantaloni Patagonia, oltre a qualche regalo per mamma e papà. Il pranzo è semplice ma perfetto: onigiri artigianali e caldi. La giornata si chiude con una cena di carne.
Parte 5
Osaka, chiacchiere e caos urbano
Il 13 marzo inizia senza sveglia. Bus e shinkansen scorrono senza intoppi, e mi concedo un’ora per raggiungere il benzinaio Eneos di GS Miata. Vale ogni minuto: una chiacchierata con il papà, che sposta la sua MX5 per farmela fotografare e mi fa persino salire a bordo. Piccoli gesti da un perfetto sconosciuto diventato amico che restano. Da lì, una deviazione al Mr Hiro Studio, pieno di auto particolarissime, alcune leggendarie, altre noleggiabili. Tra un giro e l’altro, una pausa e ancora esplorazioni. L’hotel, a due passi dal fulcro della vita notturna caotica, offre un finale curioso alla città: il caos che ricordavo bene. Ultima cena con yakitori e relax.
Il 14 marzo, il ritorno: fino all’aeroporto tutto scorre tranquillo. Canticchio “Let it be”, scorgo un adesivo dei Beatles per terra, e aspetto circa un’ora prima del check-in. Gli ultimi souvenir e due onigiri dal Family Mart. La cerniera del mio affidabile zaino Oakley cede del tutto, ma per fortuna la fibbia tiene tutto insieme. E così si chiude questo breve viaggio in cui ho vissuto tante esperienze diversissime tra loro, dal caos alla pace, dalla natura alla memoria, dalla passione per le auto al cibo.