Giappone 2026 – road trip

17 settembre — Partire, ancora una volta

Al check-in a Malpensa l’impiegata conferma quello che avevo già capito da solo: il sito di China Eastern continua ad avere qualche problema. Bene, almeno non sono io. Controlli, passaporto, imbarco. Tutto fila abbastanza liscio. Poi il volo MU244 decolla, con un’ora di ritardo, secondo l’app era addirittura stato cancellato. Non proprio il massimo degli auspici.

A Shanghai ho poco tempo per la coincidenza. Corro, tiro fuori iPad e powerbank ai controlli, corro ancora e alla fine riesco a salire sull’aereo per Tokyo. Il bagaglio, invece, decide di fermarsi in Cina.

Atterraggio a Tokyo Narita, dopo mezz’ora passata a compilare moduli per lo smarrimento, raggiungo finalmente l’hotel. Non avendo più nulla da fare, esco. Il Porsche Studio è praticamente dietro l’angolo. Poco dopo arriva l’orologio dello Studio Ghibli, con il suo piccolo spettacolo quotidiano. Poi Ginza, Shiodome, le strade che avevo già percorso anni prima e che ritrovo stranamente familiari. Senza bagaglio bisogna improvvisare: un paio di calze, una maglietta e un boxer comprati al combini. Sono di nuovo in Giappone.

19 settembre — Kamakura e due caramelle

Dopo una colazione semplice prendo il treno per Kamakura. Dal centro potrei prendere un autobus per il Grande Buddha, ma preferisco camminare. Sono solo un paio di chilometri, il cielo è coperto e non ho nessuna fretta. Il Buddha è grande, naturalmente. Non “gigante” ma abbastanza imponente da farti rallentare un momento prima di iniziare a fotografarlo.

Da lì continuo a piedi fino a Hase-dera. Il biglietto costa poco e il complesso merita molto più tempo di quanto immaginassi: scalinate, piccoli templi, laghetti con le carpe, angoli che sembrano costruiti apposta per essere scoperti camminando.

Poi prendo l’Enoden verso ovest. Il cielo rimane grigio e non c’è molto da aspettarsi dal tramonto, ma lungo la costa mi godo lo spettacolo inaspettato del surf. Proseguo fino a Enoshima, bellissima e, soprattutto, pienissima di gente.

Torno a Kamakura per un’ultima passeggiata e uno yakitori. Il risultato è che salgo sul treno con i vestiti impregnati di odore di piastra. Durante il viaggio di ritorno cedo il posto a una signora anziana. La sua amica mi ringrazia porgendomi due caramelle. Sono piccole cose, ma spesso sono proprio queste a rimanere. Da Kamakura proseguo fino a Yotsugi.

La stazione della metro è tappezzata di immagini di Captain Tsubasa, Holly e Benji per noi italiani. Nel quartiere ci sono le statue dei personaggi, palloni da calcio sui lampioni e riferimenti praticamente ovunque. Comincia a piovere. Al combini compro uno di quegli ombrelli trasparenti che sembrano appartenere a ogni giornata di pioggia giapponese.

Poi torno in hotel, la doccia era diventata necessaria.

20 settembre — Roadster

Piove. E pioverà praticamente per tutto il giorno. Sono sveglio da prestissimo, nel solito miscuglio di entusiasmo e preoccupazione che accompagna ogni ritiro di un’auto a noleggio: nuovo posto, nuova macchina, nuove strade. Raggiungere Omoshiro è semplice e anche il viaggio sul trenino sospeso verso Odaiba regala, come sempre, una bella vista sulla città. Scorgo anche il Gundam parzialmente smembrato.

Poi arriva il momento, eccola lì, sotto una tettoia che la protegge dalla pioggia, una Mazda Roadster con 226.000 chilometri sul contachilometri. È una delle prime ND (2016) e lo capisco subito. Lo raccontano la frizione, lo sterzo, alcune piccole cose che la mia ND3 del 2025 non fa più nello stesso modo. È una macchina vissuta, ma proprio per questo interessante. Il programma originale prevedeva Hakone e le sue strade panoramiche. Con quella pioggia, però, non avrebbe avuto molto senso vista l’assenza del panorama. Decido quindi di puntare verso il Fuji Speedway. Uscire da Tokyo richiede più tempo del previsto e sbaglio strada un paio di volte, il navigatore dell’auto aveva una destinazione diversa da quella del mio iphone e continuavano a litigare (me ne accorgerò due giorni dopo) ma alla fine arrivo.

Il circuito mi emoziona più di quanto pensassi. Ci ho girato per anni, anche se soltanto virtualmente, attraverso Gran Turismo. Vederlo finalmente dal vivo è una di quelle piccole cose che danno senso al viaggio. Il Fuji Motorsport Museum contiene relativamente poche auto, ma quasi tutte sono spettacolari, soprattutto la Tyrrell P34 con le sue 6 ruote e i due mostri uno accanto all’altro: Mazda 787b e Toyota GT-One. Poi rimetto in moto la MX-5 e raggiungo Shizuoka. Il vero road trip può finalmente cominciare.

21 settembre — Pioggia, oceano e il primo passo

La pioggia continua e decido di invertire il programma. Lascio l’auto nel parcheggio dell’hotel e prendo il treno per Shizuoka. Passo la mattina in città. Ci sono i monumenti costruiti a forma di sprue, omaggio alla grande tradizione del modellismo locale, il castello e ciò che ne rimane e, soprattutto, lo Shizuoka Hobby Center che avrebbe dovuto essere chiuso e invece è sorprendentemente aperto. Prima di tornare in hotel raggiungo il porto. Ho già in mente dove mangiare: tempura con gamberetti sakura. Buonissima e, cosa non scontata per una frittura, stranamente leggera. Nel pomeriggio torno alla MX-5. Prima tappa: Miho no Matsubara. So già che del Fuji non vedrò nulla, ma davanti alla foresta di pini c’è l’oceano. E quando il mare ha voglia di farsi sentire, non serve molto altro.

Poi arriva la mia prima vera strada di salita in Giappone. Nihondaira. Asfalto umido, vegetazione, curve pennellate. Parcheggio, salgo sulla terrazza e davanti a me si apre Shizuoka. Il porto, le montagne e, finalmente, la sagoma appena accennata del Fuji che riesce a farsi vedere tra le nuvole. Arrivano anche alcuni ragazzi con le loro auto personalizzate. La pioggia ha finalmente smesso. Affronto la discesa con le ultime luci gialle del pomeriggio e mi fermo al Lawson per comprare un paio di onigiri. In viaggio capita spesso di essere aiutati dagli altri. Altrettanto spesso ci si ritrova ad aiutare qualcuno senza pensarci troppo. Anche oggi è andata così.

22 settembre — La strada verso Takayama

La pioggia finalmente se ne va. Lascio Shizuoka con calma e, dopo un tratto di autostrada, cominciano le strade statali. Sono più di quattro ore per poco più di 260 chilometri, ma non sembrano mai troppe. È uno di quei casi in cui la distanza conta meno della strada. Finalmente abbasso il tetto della MX-5. Naturalmente, pochi minuti dopo entro in un tratto pieno di gallerie. Arrivo a Takayama in mezzo al traffico ma trovo subito l’hotel. Il proprietario, invece di mandarmi al parcheggio più lontano, mi permette di lasciare la macchina proprio davanti all’ingresso. Lascio lì la MX-5 e comincio a camminare. La parte storica di Takayama è esattamente il genere di posto in cui conviene lasciare l’auto ferma e usare i piedi. Visito il vecchio ufficio del governatore e poi, invece di tornare in albergo, decido di continuare fino a Hida no Sato. Sono soltanto due chilometri. La metà, però, sembra essere in verticale. Ne vale la pena. Hida no Sato è uno di quei posti che sembrano usciti direttamente da una cartolina, ma senza avere bisogno di sembrare qualcosa di diverso da quello che sono. Al ritorno mi concedo un bagno nell’onsen e poi un ramen. Nel frattempo, il tifone si è abbattuto su Kamakura.

23 settembre — Shirakawa-go e la stanza enorme

La colazione dell’hotel è particolare. Per fortuna ci sono anche delle brioche niente male. Raggiungere Shirakawa-go è abbastanza semplice. Il parcheggio che avevo individuato sulla mappa però non è disponibile, ma gli addetti mi indicano senza problemi quello libero. Duemila yen non sono pochi. Poi capisco che è probabilmente il parcheggio più comodo per quello che voglio vedere. Il contrasto tra il verde chiaro delle risaie, il verde scuro degli alberi e i colori grigio-marroni dei tetti delle case tradizionali è quello che ero venuto a cercare. Le famose abitazioni gassho-zukuri, con i tetti che ricordano due mani giunte in preghiera. Dopo una pioggia leggera torna il sole e salgo fino al punto panoramico. La distanza è breve, ma la salita è abbastanza ripida da farmi arrivare in cima sudato. La vista, però, ripaga tutto.

Riparto verso Okuhida pensando di fermarmi in autostrada per mangiare e fare rifornimento. Un rallentamento trasforma però l’unica sosta in mezz’ora passata praticamente dentro una galleria. Poi, quasi senza accorgermene, l’autostrada finisce e cominciano le strade di montagna. Verde ovunque. Qualche curva si lascia prendere un po’ più velocemente del solito. Arrivo all’hotel troppo presto per il check-in e ne approfitto per cercare un distributore e qualche piccolo supermercato. Scopro anche una cosa importante: a Okuhida non sembrano esserci conbini. Quando finalmente entro in camera, scopro che è molto più grande del previsto. Forse persino troppo. La vera sorpresa, però, è la vasca onsen privata con vista sulle montagne.

La sera mi aspetta una cena importante: Hida Beef, sashimi e diverse altre portate già apparecchiate al mio arrivo. È uno di quei giorni in cui la strada finisce esattamente dove deve finire.

24 settembre — Initial D

Dopo una colazione non proprio memorabile comincio una giornata interamente dedicata alla guida. Le prime strade di montagna sono una sequenza quasi interminabile di gallerie strette e buie, ed io che avevo preso un cabrio per godere il più possibile del panorama. Poi arriva l’expressway, poi ancora strade normali, villaggi uno dopo l’altro. Una pausa per un tonkatsu e si riparte. La prima vera destinazione è un parcheggio. Sì, un parcheggio. Oginoya Parking Lot, celebre perché compare in Initial D ed infatti fanno bella mostra di loro una 86 con la livrea del Tofu Shop e una SilEighty. Breve sosta al Cafè a tema Sayacafe.

Da lì, per raggiungere il lago Haruna, arriva finalmente il momento che aspettavo: il mio primo tōge, il classico passo di montagna giapponese. La strada sale, curva dopo curva. Verde tutto intorno, un paio di piccoli templi, un Torii segna l’arrivo. Al lago mi fermo per una pausa e, quasi per caso, trovo un negozio che vende adesivi dei tōge. Ne compro uno. È esattamente il genere di souvenir che mi interessa: piccolo, leggero e legato a qualcosa che ho realmente fatto.

Proseguo verso Ikaho. Trovare l’hotel si rivela più complicato del previsto: una stradina stretta e ripidissima, diversi accessi e praticamente nessuna indicazione. Una volta sistemato il check-in, valuto se riprendere la MX-5 e affrontare anche il monte Akagi. Ma sono stanco. Lascio la macchina dov’è e comincio a camminare. Quella che doveva essere una passeggiata si trasforma rapidamente in un piccolo trekking, con una salita importante e a seguire i 365 gradini di pietra della scalinata di Ikaho. Al ritorno arriva anche un tramonto timido sulle montagne. Domani la MX-5 tornerà al noleggio.

25 settembre — 1.058 chilometri dopo

Sveglia presto, check-out e partenza. Poco più di tre ore per percorrere appena 160 chilometri. Tokyo è ancora lì, enorme e congestionata, pronta a ricordarmi che la montagna è finita. A parte qualche problema con l’ETC, tutto procede bene. Trovo le antenne che cercavo, faccio rifornimento e alla fine riconsegno la Roadster rossa. Sul contachilometri ci sono 1.058 chilometri in più. Scambio qualche parola e ringrazio l’addetto di Omoshiro. Come al ritorno anche per la riconsegna dimentico l’ombrello, due in meno di dieci giorni. È finita. Prendo il treno, lascio la valigia pesante in hotel e torno immediatamente fuori. Tokyo è una centrifuga e io ci entro dentro come al solito. Comincio ad andare da una parte all’altra senza apparentemente avere bisogno di fermarmi. Stranamente riesco anche a non comprare una quantità assurda di cose. La sera trovo un piccolo locale di pesce alla griglia, con il bancone tutto intorno alla cucina. Clientela esclusivamente giapponese. Sono l’unico turista. Mangio benissimo. Poi torno in hotel, stanco come poche altre volte durante questo viaggio, e comincio a prepararmi per l’ultimo giorno.

26 settembre — L’ultima giornata

Mi sveglio prima del previsto. Vado in bagno, controllo distrattamente la posta e trovo il codice per gli Oasis. Non prendo più sonno, perfetto. Ora devo soltanto sperare di riuscire a comprare i biglietti durante lo scalo in Cina. Fuori è una giornata grigia, con qualche goccia di pioggia. Faccio le ultime commissioni, compro gli ultimi regalini e torno in hotel a recuperare la borsa. All’aeroporto di Haneda mi aspetta un enorme Godzilla, accompagnato da grandi mosaici che lo ritraggono mentre combatte. Check-in e controlli passano velocemente. Mangio ramen e gyoza forse con un entusiasmo eccessivo, poi arriva il classico abbiocco da ultimo giorno. Salgo sul primo aereo. Durante lo scalo a Shanghai riesco anche nell’impresa di comprare i biglietti degli Oasis, pagandoli una cifra che è meglio non ricordare. Poi comincia l’ultima tratta lunga. In entrambi i voli mangio per tre volte la stessa cosa, ma presentata con tre nomi diversi, per fortuna era buona.

27 settembre — Casa

Atterro a Milano puntuale. Rispetto a Cina e Giappone l’efficenza per controlli e ritiro bagagli mi fa tornare indietro nel tempo. Il viaggio è finito. Restano 1.058 chilometri percorsi con una Roadster che aveva già fatto 226.000 chilometri prima di incontrarmi, qualche migliaio di fotografie, una manciata di adesivi, molti più onigiri di quanti ne avessi programmati e abbastanza strade giapponesi da sapere già che, prima o poi, dovrò tornare. Non per vedere quello che mi sono perso. Per vedere dove porta la prossima strada.