Frontiera #7

On 14 gennaio 2011, in destination south, by giannino

L’autobus Tracopa lascia il terminal in perfetto orario, ma seguendo il gps mi accorgo che percorre uno strano percorso, invece che dirigersi nella direzione corretta si dirige in quella opposta, per poi scendere giù verso la costa del Pacifico passando per Jacò, Manuel Antonio e Uvita, allungando di un centinaio di chilometri. Giungiamo in serata alla frontiera di Paso Canoas, consegno il passaporto all’autista e poco dopo mi viene restituito timbrato. Duecento metri dopo, alla frontiera panamense mi viene fatto notare che il timbro riporta la data del 12 gennaio, mentre oggi è il 13! Anche gli altri dieci che viaggiano sul bus con me hanno lo stesso problema, torniamo indietro ma quel genio di donna è in pausa per cenare e ci viene comunicato che non tornerà prima di mezz’ora. Insorgenza generale, viene fatta tornare prima, annulla il timbro errato e pone quello corretto. Alla frontiera con Panama riusciamo a scavallare gran parte della coda grazie ad Hugo, l’autista del bus, che si intrufola negli uffici e ci fa ottenere i visti. Un’ora dopo circa giungiamo a David City.

Giannino, 14 gennaio 2011

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Salutati i nuovi amici del Don Jon’s di Santa Teresa, qualche minuto dopo salgo sull’autobus diretto per San José. Il prezzo è di 6515 colones, più un supplemento di 1000 colones per la tavola, in tutto circa undici euro, poco male rispetto ai quaranta dei vari pulmini privati.
Un paio d’ore per giungere fino a Paquera, ripercorrendo verso nord la strada solo a tratti asfaltata. Si scende dal bus e ci si imbarca su di un piccolo traghetto che impiega un’ora e mezza per attraversare il breve tratto d’oceano fino al porto di Puntarenas. Sbarchiamo poco dopo il tramonto e risaliamo a bordo dell’autobus e verso le nove si arriva al terminal La Coca Cola. L’ostello è ad appena ottocento metri, dribbling tra i tassisti abusivi ed in dieci minuti e arrivo presso l’Aldea, situato nel Barrio Don Bosco, poco distante dalla Sabana, a quanto pare la zona degli ospedali.
Questa sosta nella capitale è strategica visto che mi serve per riorganizzarmi, prima di dirigermi verso Panama; ci sarebbe ancora molto da vedere in questo piccolo stato, ma gli enormi tempi per coprire brevi distanze ed i costi, mi fanno desistere, visto che nelle mie idee ho ancora un sacco di posti da vedere ed un sacco di strada da fare.
Preparo la borsa con all’interno la tavola da surf, le pinnette, il leash, un po’ di cera avanzata, la guida della Baja California, il libro “i Vagabondi del Dharma” ed il paio di pantaloni Docker’s e torno all’ufficio postale centrale, dov’ero stato in mattinata ad informarmi sui costi di spedizione. Spendo circa 75€ per rispedire tutto in Italia, contro i quasi 300 richiesti dai vari corrieri espressi. Ho preferito spedire la tavola a casa invece che rivenderla in primo luogo perché mi ci sono affezionato, essendo anche il mio regalo del compleanno dei trent’anni e poi perché andando verso sud, le acque di Perù e Cile sono troppo fredde per i miei gusti. Torno quindi a viaggiare leggero.
Rientro in ostello in tempo per rivedere Filip e consegnargli l’adattatore del MacBook che si era dimenticato a Santa Teresa.
Il giorno seguente non mi resta che fare un’altra bella camminata fino al terminal Tracopa, situato a sud della città, per comprare il biglietto dell’autobus per David City, la prima tappa in Panama, scoprendo così altre zone della città, che si conferma molto compatta da girare a piedi.
Il resto è relax e studio delle prossime tappe sulla guida.

Giannino, 13 gennaio 2011

galleria fotografica

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Il tragitto verso Santa Teresa si articola in tre tappe. La prima a bordo di un furgoncino, dove conosco una coppia di Ostia in vacanza per un mese e mezzo, anche loro stupiti dai costi di questo paese. Si parte per circa centocinquanta chilometri di strada sterrata e polverosa in mezzo alle campagne, un paio di volte ci fermiamo per far si che delle mucche ci attraversino la strada.
Nella sosta per il pranzo cambiamo mezzo, e ci spostiamo su un pulmino più grande, insieme ad altre persone provenienti da altre località.
Altri quaranta chilometri tra la vegetazione, sosta presso un benzinaio, e veniamo nuovamente fatti sbarcare, ad attenderci c’è un taxi fuoristrada per gli ultimi quindici chilometri circa.

Santa Teresa, Costa Rica

Salutata la coppia romana che si ferma a Mal Pais, dieci minuti dopo arrivo all’ostello Cuesta Arriba ma non ci sono posti liberi a disposizione. Riprendo zaino e tavola e ripercorro la stradina ed al secondo tentativo trovo il Don Jon’s, un’ostello gestito da due fratelli colombiani, segnalato anche sulla guida Lonely Planet.
Vengo accolto da una decina di persone che guardano nella mia direzione, alcune sorridenti ed altre spaventate, d’accordo che vengo da sei ore di viaggio nella campagna mista giungla ma non mi pare di avere un aspetto così terribile. Subito dopo mi viene fatto cenno di girarmi, poco dietro di me c’era una simpatica lucertola con la cresta da punk di circa un metro impegnata a spaventare il cane da guardia, capisco allora di non essere io l’oggetto degli sguardi.
Finisco in camera con dei ragazzi svedesi ai quali chiedo subito qualche informazione sullo spot visto che sono appena tornati dalla spiaggia, mi dicono che è meglio entrare con la bassa marea e quindi al mattino. Successivamente mi avvio verso la spiaggia distante appena un centinaio di metri. Ho la conferma che le condizioni non sono il massimo per entrare in acqua e quindi decido di rilassarmi aspettando il tramonto. Un paesaggio rosso ed infuocato simile a quello di La Jolla, ma più semplice e selvaggio.
Santa Teresa si sviluppa sulla stradina sterrata che va da Playa Carmen a Playa Hermosa, e raccoglie più o meno tutti i servizi in uno spazio veramente ridotto, il punto di riferimento sul quale ogni indicazione si basa è il campo da calcio. Per trovare un bancomat bisogna invece tornare fino al bivio che la divide da Mal Pais, vicino al Frank’s Place.
Il secondo giorno mi sveglio per andare in bagno verso le sei ed uno degli svedesi mi chiede se mi voglio unire a loro per andare a surfare, gli confesso che sono d’accordo anch’io sul surfare presto al mattino, ma che le sei è un orario un po’ troppo estremo. Dormo un paio d’ore ancora, colazione veloce e mi avvio in spiaggia molto rilassato. Entro in acqua la prima volta per mezz’oretta, poi mi sposto un centinaio di metri verso nord e rientro per un’oretta. Un po’ di riposo in spiaggia e provo a rientrare. Dopo una decina di metri mi viene incontro la punta di una tavola, la raccolgo ed aspetto finché il simpatico australiano arriva con la restante parte di tavola, mi ringrazia e mi augura buona fortuna, visto che è arrivato il vento e le onde, grosse, fanno close-out. Il mio ragionamento dura meno di trenta secondi, rinuncio alla terza uscita.
Rientro passeggiando verso l’ostello e al mio arrivo Jon mi chiede se voglio cambiare camera, passo così dalla numero tre alla numero due, decisamente più comoda e spaziosa. Nel rilassato pomeriggio decido di togliere la vecchia cera dalla tavola e stenderne di nuova e poi mi unisco a Filip, Hannah, Julia ed Henry, i miei nuovi compagni di camera, a parlare ed ascoltare musica.
Il sabato è una giornata oziosa, mi sveglio tardi e concludo poco in acqua. Prima del tramonto vedo un paio di local correre sulla strada fatta di pietre con le tavole sotto braccio, avevo intuito cosa stava per succedere ma avendo da poco finito di mangiare preferisco prendere la fotocamera al posto della tavola e mi precipito anch’io in spiaggia. Alta marea e onde belle grosse, mi godo lo spettacolo seduto con gli altri compagni di stanza.
Il giorno seguente riesco invece ad arrivare ad un orario migliore ma, forse per stanchezza, riesco a prendere bene solo un paio d’onde. Nel pomeriggio faccio un giro per la strada fino alla scuola, passo per il campo da calcio e giungo vicino al rifugio ecologico Pranava. Al mio ritorno ritrovo l’enorme iguana che mi aveva accolto all’arrivo e ne approfitto per fare qualche foto.
Impacchetto la tavola e rifaccio da zero il mio zaino, preparandomi alla partenza del giorno dopo. Qualche giorno a San José prima di dirigermi verso Panama.

Giannino, 09 gennaio 2011

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thanks to: Don Jon’s

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A La Fortuna mi sveglio in anticipo rispetto all’orario del pulmino ma purtroppo anche le nubi sono già sveglie e continuano il loro lavoro di copertura del vulcano. Questa volta si tratta di un piccolo monovolume nero, la tavola viene caricata internamente e mi viene assegnato il posto di fianco al guidatore, trattamento di lusso insomma rispetto al giorno precedente.
Lasciato l’ostello si costeggia l’invisibile vulcano e si arriva nella zona del lago Arenal, il paesaggio mattiniero appare incantato come in una favola, qualche chilometro dopo invece, con l’arrivo della nebbia, diventa spettrale.
Ci vogliono circa quattro ore e mezzo per 220km, mezz’ora in meno delle cinque previste.

Tamarindo, Costa Rica

La temperatura è calda, sopra i trenta gradi, mi libero immediatamente della giacchetta impermeabile ed entro in ostello. La struttura è più piccola e semplice delle precedenti due, non ha un servizio di bar e ristorante ma al suo posto ha una cucina spaziosa e ben attrezzata. Non è però comodissimo come descritto, la spiaggia è infatti a circa seicento metri.
Guardando l’oceano la spiaggia di Tamarindo si divide in due parti ben distinte: quella a destra, una striscia di sabbia affollata di turisti e quella a sinistra, più sottile, dove trovo gruppetti di ragazzi del luogo ed un paio di famiglie. Le differenze saltano subito all’occhio, nella prima ci sono varie scuole di surf e vari rifiuti sulla sabbia, oltre a bar e chioschetti; la seconda non è altro che un semplice corridoio di sabbia pulita tra l’oceano e la vegetazione.
Il giorno successivo, dopo una bella dormita mi aspetta una bella camminata. Non sono soddisfatto delle onde di playa Tamarindo (tra l’altro affollatissima), così decido di camminare un paio di chilometri fino a playa Langosta, percorrendo tutta la spiaggia e, grazie alla bassa marea, oltrepassando facilmente la scogliera.
Onde di un metro e mezzo, buona frequenza ma disordinate a causa del vento on-shore. Passo qualche minuto ad osservare la situazione e decido di entrare. Non ci va molto ad arrivare sul picco e dopo qualche frullata riesco a tirarmi su e seguire per un po’ la destra che si srotola in direzione opposta alla scogliera, prima che faccia close-out. Esco dopo circa un’oretta, riprendo le mie infradito che la marea aveva accuratamente spostato un po’ più su rispetto a dove le avevo lasciate e scambio qualche parola con due ragazzi americani.
La marea è salita e quindi non mi è possibile ripercorrere la via della spiaggia, chiedendo informazioni sulla strada conosco Gabriella, GianPaolo e Lanfranco, vengono da Bracciano, e si offrono di darmi un passaggio con la loro peugeout a noleggio. Lungo il tragitto parliamo di onde e di viaggi e soddisfo la loro curiosità spiegando brevemente le teorie di Potts sui viaggi di lungo termine incoraggiandoli raccontando come io le sto mettendo in pratica.
Nel pomeriggio inizio a camminare, passo attraverso la via principale costellata di ogni sorta di negozi e di una ventina di surf shop, costeggio il Rio Tamarindo in prossimità del parco nazionale Las Baulas per poi arrivare in un centro commerciale dove c’è iOne, un rivenditore autorizzato Apple, che però non è altro che un micronegozio con un solo portatile esposto e che vende custodie ed adattatori per iPhone, a prezzi più alti del dovuto.
Per il secondo giorno consecutivo il sole, nel momento del tramonto, si nasconde dietro le nuvole. Ritorno alla base dopo aver percorso una discreta quantità di chilometri e venti metri prima di arrivare a destinazione, all’angolo della strada in Casa Tamarindo, mi fermo ad ascoltare una ragazza che canta e suona con la sua chitarra. Inizio ad apprezzare il fatto che l’ostello sia localizzato un po’ più fuori rispetto al centro della vita della cittadina.
Aggiorno e mi faccio aggiornare da Guillaume e JP, due ragazzi di Montreal, sulla giornata di onde e mi butto sotto la doccia prima di cucinarmi una bella quantità di bavette al sugo come primo, cosce di pollo di secondo, pane tostato con marmellata di ananas come dessert e le immancabili banane come frutta.
Nel frattempo tre ragazzi di Barcellona provano a preparare la loro tipica tortilla spagnola, ma dopo vari tentativi desistono e mi danno ragione sulla teoria che quando non si è nella propria cucina con la propria attrezzatura è bene cucinare cose semplici, ed optano per andare a cena fuori.

Mi sveglio finalmente presto e, cosciente della camminata che mi aspetta per arrivare a playa Langosta, la colazione del mio ultimo giorno è più abbondante del solito. Percorro i due chilometri che mi separano dallo spot utilizzando la strada in luogo della spiaggia e dopo un po’ di stretching entro in acqua. Le onde sono potenti e quasi overhead, sostenute dal vento off-shore, situazione perfetta insomma per surfisti veri. Da parte mia fatico non poco ad arrivare sul picco con la mia tavoletta, però una volta arrivato non è difficile prendere qualche onda perché non c’è molta gente in acqua a cui dover dare precedenza. Esco dopo circa un’ora, letteralmente sfinito. Mi incammino verso l’ostello per una rapida doccia, prendo la fotocamera e ritorno indietro per scattare qualche foto, praticamente otto chilometri facendo avanti ed indietro in meno di tre ore, ma ne è valsa la pena, tanto per le onde del mattino, quanto per le foto di metà giornata. Nel tardo pomeriggio impacchetto tutto e mi preparo per la partenza del giorno dopo, con destinazione Santa Teresa, sempre sulla Penisula de Nicoya.

Giannino, 06 gennaio 2011

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thanks to: Lanfranco, GianPaolo, Gabriella, JP, Guillaume, Mercedes

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La Fortuna, Costa Rica

Tengo a precisare fin da subito che il nome della località non ha nulla a che vedere con la sorte!
La mia giornata infatti inizia svegliandomi in ritardo perché la sveglia non suona, mi preparo in un paio di micro secondi e giungo comunque davanti alla reception alle sette, puntuale per l’appuntamento con il pulmino.
Sta piovendo e, nonostante il supplemento di dieci dollari per la tavola, il simpatico autista la carica sul tetto facendo così inzuppare il plaid che la ricopre.
Il tempo stimato per arrivare a destinazione, poco più di centoventi chilometri a nord ovest di San José, è di due ore e mezzo. La prima ora e mezzo è dedicata a raccogliere gli altri passeggeri da altri alberghi della città, finalmente verso le otto e mezzo si parte.
Per la strada pioggia e nuvole, poi qualche schiarita, successivamente di nuovo pioggia, il paesaggio esterno è selvaggio e montano e sembra di salire di molto, in realtà la città si trova ad appena trecento metri d’altezza rispetto al livello del mare (San José a 1170m).

Vengo scaricato presso l’Arenal Backpackers Resort, dopo quattro ore e mezzo di viaggio modalità cella frigorifera.
L’ostello, autoproclamatosi ‘resort a 5 stelle’ funziona allo stesso modo del Pangea, visto che entrambi fanno parte del medesimo network, ma effettivamente ha un livello lievemente superiore.
Il mio letto in camerata non è ancora pronto, così faccio una camminata sulla strada centrale fino alla chiesta cattolica con di fronte un parco molto ben curato e successivamente al supermercato a comprare qualcosa da mangiare.
La vita della cittadina si svolge principalmente intorno a questa via ed infatti sono numerosi gli uffici che vendono diverse tipologie di tour verso il vulcano, alle acque termali, escursioni a cavallo, in mountain bike, in kayak e altre ancora.
I nuvoloni persistono e la vista del Volcan Arenal, principale motivo per cui mi trovo qui, è compromessa. Opto per una visita alla Reserva Ecologica Catarata Rio Fortuna, la cui cascata rappresenta la seconda attrattiva naturale della zona.
Purtroppo non mi è possibile raggiungerla a piedi, sono così costretto a prendere un taxi, che è comunque una decina di volte più economico delle varie proposte di tour. Un quarto d’ora circa di strada solo in parte asfaltata ed arrivo al parco.
In biglietteria mi viene richiesto l’importo in dollari, chiedo di pagare in colones e per la prima volta il cambio mi è favorevole. Si entra attraverso un ponte metallico e ci si ritrova davanti ad un bivio, sulla destra il percorso lungo e semplice che porta ai punti d’osservazione ed ai piedi della cascata, sulla sinistra il percorso più breve ed accidentato.
Scelgo la via semplice e percorro tutta la scalinata in discesa fermandomi di volta in volta ad osservare e scattare qualche fotografia alla cascata principale, la Catarata appunto, e a quella secondaria. In circa venti minuti arrivo al corso d’acqua ai piedi della cascata, dove altri visitatori ne approfittano per fare il bagno.
Mi inoltro un po’ fuori dal tracciato ed arrivo proprio alla base della cascata, dove conclude il suo tuffo di circa settanta metri. Qui ho la conferma che la mia piccola fotocamera, dopo aver superato brillantemente il freddo di Stoccolma ed il caldo del Messico, se la cava bene anche in ambienti con alto tasso di umidità come l’angolo di foresta pluviale in cui mi trovo.

Nel momento di iniziare la salita mi viene in mente la frase che l’autista messicano del pulmino di Basaseachi, sette anni prima, aveva detto a me e agli altri che suonava tipo “solo gli indigeni Tarahumara del posto e dei pazzi italiani come voi possono risalire un canyon nel medesimo tempo che si impiega per scendere a valle, non è roba da gringos”.
Scatta la molla, tolgo il leggero impermeabile, lo lego in vita e parto a passo spedito per la salita, saltellando da uno scalino all’altro e da una pietra all’altra. A dir poco inarrestabile, tant’è che una coppia mista Giappo-Americana, che sembrava pronta a scalare l’Himalaya a giudicare dall’abbigliamento tecnico indossato, si fa da parte per lasciarmi passare.
Concludo la salita nello stesso tempo della discesa, forse anche meno, gli altri due concorrenti della mia ideale gara arrivano su circa cinque minuti dopo, quando io avevo già la mia bottiglia di Gatorade in mano e mi avviavo verso il secondo percorso.
La distanza è minore ma la pendenza maggiore, me la prendo con calma ma non ci va molto ad arrivare giù, mi gusto la differente visuale e ritorno su.

Tornato in ostello mi rilasso un po’ a bordo piscina, sperando che la situazione delle nuvole cambi. C’è una leggera schiarita poco prima del tramonto, ma niente da fare, il cono del Volcan Arenal resta nascosto tra le nubi. Nel tardo pomeriggio si scatena un altro breve ma intenso temporale, dovrò farmi spiegare bene dal signor San Carlos perché questo posto si chiama “La Fortuna de San Carlos”.

Giannino, 03 gennaio 2011

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